2009 negativo per le aziende dei distretti industriali  e cauto ottimismo per il 2010.
Ma gli imprenditori temono un’emergenza occupazione

Ci sono aziende che crescono nel periodo di crisi. Le altre non si lasciano travolgere dagli eventi, ma reagiscono: nuove nicchie di mercato, delocalizzazione che diventa internazionalizzazione,
più tecnologia, più qualità, più cultura d’impresa

Roma, 14 gennaio 2010

“Mai prima d’ora si era riusciti a mettere attorno a un unico tavolo di lavoro tanti partner autorevoli e competenti, che da decenni si occupano del fenomeno distrettuale, i quali hanno attivato un progetto comune con lo scopo di creare un’esclusiva e autorevole banca dati sui distretti industriali italiani. Tutti collaborano alla gestione dell’Osservatorio e alla realizzazione dei Rapporti. Un’altra novità del nostro lavoro è che stiamo facendo un confronto sistematico tra aziende distrettuali e non. Un lavoro iniziato lo scorso anno con il comparto della meccanica e che stiamo sviluppando a tutti gli altri settori”.

Così Valter Taranzano, presidente della Federazione Distretti industriali Italiani, durante la presentazione del neonato Osservatorio Nazionale Distretti Italiani, e del 1° Rapporto, avvenuta questa mattina, a Roma, nella sede di Uniocamere.

La Federazione Distretti Italiani è promotrice del progetto ed è affiancata da prestigiosi partner che hanno dato vita a questo inedito e articolato monitoraggio: Confindustria, Unioncamere, Symbola, Intesa SanPaolo, Banca d’Italia, Fondazione Edison, Censis e Istat.

Il 1° Rapporto ha messo sotto la lente d’ingrandimento 92 distretti industriali , cioè un campione molto ampio, tanto da rappresentare 188 mila imprese operanti dei settori di specializzazione manifatturiera (il 36,1% del totale nazionale), 1,45 milioni di occupati (il 31,4% dell’occupazione totale nell’industria manifatturiera), con una dimensione molto piccola: l’84,3%, infatti, non supera i 9 addetti. In questi distretti si concentra il 28,3% del valore aggiunto (67 miliardi di euro) e il 27% delle esportazioni (96 miliardi).

In sostanza, il valore dei distretti dell’Osservatorio rappresenta quasi un terzo della ricchezza del settore manifatturiero del nostro Paese.

2009, bilancio negativo

Secondo il 1° Rapporto, le aziende dei distretti industriali produttivi italiani chiudono il 2009 con un bilancio negativo.

Oltre l’80% degli imprenditori intervistati ammette che il distretto produttivo in cui opera è in una fase di ridimensionamento. E per il 2010 l’orizzonte resta nebuloso, tanto che gli imprenditori intervistati temono e una vera a propria “emergenza occupazione”.

La prospettiva cambia leggermente guardando al momento attuale delle singole imprese. Se il 35% degli imprenditori presenta una fase di ridimensionamento, per la maggior parte degli intervistati i toni della crisi appaiono più sfumati. Infatti, il 36% registra una stazionarietà, ma non un totale scivolamento verso il basso, e un’interessante quota di quasi il 28% parla di consolidamento e crescita.

Analizzati 92 distretti industriali e intervistati gli imprenditori

L’individuazione dei 92 distretti oggetto dell’analisi è stata effettuata tenendo conto, da un lato, del lavoro svolto su questi temi da Unioncamere e Mediobanca in occasione della loro indagine annuale sulle medie imprese industriali e, dall’altro, dei distretti aderenti alla Federazione Distretti Italiani.

Sono inoltre stati intervistati (novembre 2009) 68 imprenditori e 44 operatori dei distretti.

Il 1° Rapporto presentato oggi ha analizzato il 2009, cioè un anno di difficoltà più o meno accentuate per le Pmi. Un anno che ha lasciato il segno.

Come analizza acutamente nel 1° Rapporto Giacomo Becattini, uno dei padri dei distretti italiani “…se non si provvede ad aiutare questi sistemi produttivi, che in certi casi stanno dando dimostrazione di resistenza autonoma alla crisi, affronteremo la fase di ripresa degli scambi mondiali con forti difficoltà a tenere, o riconquistare, le nostre tradizionali nicchie di mercato e un grave deterioramento della coesione sociale in zone del Paese, vaste, importanti ed economicamente strategiche. Per un Paese come l’Italia, una politica economica efficace per i distretti industriali è, quindi, l’asse portante della resistenza alla crisi mondiale…”.

Il 1° Rapporto, inoltre, sonda timori e speranze degli imprenditori per i primi mesi del 2010.

Problemi emersi a seguito della recessione

“I distretti che, nel 1° Rapporto dell’Osservatorio, presentano i peggiori risultati reddituali sono quelli meccanici, il sistema casa e la moda – spiega Valter Taranzano -, mentre i distretti alimentari, grazie al carattere meno ciclico dei consumi di questo settore, manifestano segnali in controtendenza, registrando aumenti del fatturato pari al 5%. Il conto dei danni nel 2009, secondo gli imprenditori intervistati, è pesante: il 64,7% denuncia una riduzione della disponibilità di liquidità nell’impresa; il 50% un incremento dell’indebitamento; il 50% problemi nel rispetto dei pagamenti ai fornitori; il 45,6% una riduzione degli investimenti in macchinari e attrezzature; il 39,7% un ridimensionamento dei rapporti di subfornitura tra le imprese; il 17,6% una riacquisizione da parte delle imprese di funzioni date precedentemente in outsourcing”.

Export in flessione, ma c’è chi cresce

Pur essendo più “resistenti” nella diminuzione dell’export rispetto alle aree non distrettuali, anche i distretti hanno accusato una perdita di posizioni all’estero. Solo per citare i casi più significativi, dal tessile-abbigliamento della Val Seriana alla concia di Santa Croce sull’Arno, dal sistema orafo di Valenza alle calzature del Brenta, dalle cucine di Pesaro alla rubinetteria di Lumezzane fino al distretto delle piastrelle di Sassuolo e alle macchine agricole di Reggio-Modena, si stima che la flessione delle esportazioni, tra l’inizio e la fine del 2009, abbia superato il 25%, con punte del 30% in alcuni casi.

Dal punto di vista geografico, i distretti del nord-ovest sono quelli che hanno vissuto il calo maggiore (-25,4%), seguiti dai distretti del centro (-22,4%), dai distretti del nord-est (-17,8%) e, infine, dai distretti del sud (-10,3%).

“Sono poche le realtà che sono riuscite a tenere le posizioni precedenti alla crisi – continua Taranzano -. E’ il caso di Carpi (tessile-abbigliamento), di Arzignano (concia), del mobile di Bassano, delle conserve di Nocera Inferiore, dell’alimentare di Parma, del vitivinicolo della Sicilia occidentale, dell’elettronica di Sestri Ponente e del biomedicale di Mirandola. Si tratta dunque di un numero ridotto di aree distrettuali che hanno resistito all’onda d’urto della recessione, il che dimostra che esistono imprese che riescono a crescere pur in situazioni diffuse di difficoltà”.

Le risposte alla crisi

Le aziende distrettuali hanno le idee piuttosto chiare su cosa fare per rispondere alla contrazione della domanda: il 29,4% punta sul contenimento costi-prezzi; il 19,3% sul lancio di nuovi prodotti; il 9,6% sull’innovazione di prodotto; l’11,0% sulla personalizzazione dei prodotti; il 10,4% sulla ricerca di nuovi clienti; il 9,6% sulla ricerca di nuovi mercati; il 4,2% sulla promozione e l’immagine; il 3,3% sul miglioramento della rete commerciale.

Più del 32% degli imprenditori intervistati ha indicato tentativi da parte delle aziende di distretto di riposizionarsi in nuove nicchie di mercato.
In sostanza, di fronte alla crisi e al declino di aree di mercato tradizionali, diversi imprenditori hanno cercato strade e spazi di mercato alternativi. Non è un caso che nel corso del 2009, a fronte del declino delle esportazioni dei distretti in Europa e Nord America, si sia intensificata la presenza dei nostri distretti in mercati precedentemente considerati di limitata rilevanza strategica, come quelli del Medio-Oriente e della sponda Sud del Mediterraneo, così come è aumentato il livello di esportazioni in Cina e Vietnam (soprattutto prodotti della meccanica).

Un ruolo rilevante potrà essere esercitato dalle economie emergenti, non più viste esclusivamente come ambiti di delocalizzazione di fasi di lavorazione dalle imprese italiane, bensì mercati di sbocco in cui collocare i prodotti del Made in Italy, in particolare per ciò che concerne i prodotti della meccanica, gli elettrodomestici e alcuni segmenti del mobilearredo.

Servizi interni e produzione delocalizzata

Inoltre, si sta delineando un nuovo fenomeno: lo sviluppo sempre più frequente, nel cuore dei distretti, di attività, competenze, investimenti esterni al tradizionale core business manifatturiero che, peraltro, tende sempre più ad essere delocalizzato, nelle fasi maggiormente standarizzate, verso Paesi dove è possibile conseguire vantaggi di costo, talvolta associati a potenzialità di sviluppo di mercati stranieri da presidiare tramite presenze produttive dirette.

Le strategie di internalizzazione di funzioni di servizio e di esternalizzazione delle fasi manifatturiere più standardizzate sembrano peraltro più diffuse fra le Pmi distrettuali rispetto alle altre: evidentemente, la migliore circolazione di conoscenze, idee e competenze manageriali, tipica dei distretti, fa sì che si verifichino effetti emulativi (se un’impresa, magari in posizione di leadership, internalizza i servizi e delocalizza la produzione, anche le altre tendono ad imitarla) che risultano invece molto più limitati fra le imprese che operano in isolamento.

La delocalizzazione della produzione, però, spesso non è fine a se stessa, ma diventa strumento per l’internazionalizzazione. E’ successo nel Distretto biomedicale di Mirandola, dove l’esperienza maturata in Egitto è allo stesso tempo delocalizzazione, per abbattere alcuni costi, ma anche internazionalizzazione, per aprire al mercato del Medio Oriente.

Le aziende terziarie

Questa strategia ha generato un altro processo. La necessità di esternalizzare per contenere i costi, e di mettere a profitto le esperienze diffuse ha di fatto costruito sulle filiere un know how condiviso che ha moltiplicato la conoscenza. Sono nate così le aziende terziarie, strutture di supporto alla produzione e allo sviluppo che fanno ricerche importanti, tanto che ancora oggi non c’è bisogno di cercare altrove le competenze utili. E’ accaduto, ad esempio, allo Sporsystem di Montebelluna

Per le aziende che producono internamente, invece, c’è stato un cambiamento strategico, registrato in particolar modo nei distretti nel nord, e che si è manifestato sin dalle prime fasi della crisi. Per quasi il 40% delle aziende contattate nel 1° Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani, infatti, è in atto il ridimensionamento dei rapporti di subfornitura, con un effetto di destrutturazione delle filiere di produzione. Soprattutto nella prima parte del 2009, le imprese di maggiori dimensioni e col più alto potere di mercato hanno fortemente ridotto gli affidamenti all’esterno o non hanno rinnovato i contratti di subfornitura.

La ripartenza

Gli imprenditori nel 1° Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani individuano almeno 4 differenti assi di progressione lungo i quali i distretti dovrebbero muoversi:
– più tecnologia;
– il compattamento delle reti di collaborazione;
– più cultura d’impresa;
– più formazione tecnica;
– più qualità del Made in Italy.
Sulla cultura d’impresa e la formazione, le aziende invitano i distretti a gestire un ruolo preciso: organizzare in maniera coordinata, in funzione delle esigenze dei vari settori, un’attività di formazione tecnica e manageriale che contribuisca in maniera sostanziale a colmare i deficit di cultura imprenditoriale. Un deficit ritenuto, al momento, decisamente penalizzante per le aziende.

Una larga maggioranza degli imprenditori intervistati, però, non intravede, per l’inizio del 2010, una reale fase di ripresa.
La situazione di crisi appare, dunque, incontestabile e grave, tanto che i pessimisti sono in soprannumero rispetto agli ottimisti.
Ma guardando attentamente tra i dati ci si rende conto che la maggior parte delle aziende analizzate mostra una capacità di tenuta alla recessione, più che la tendenza ad essere travolte dagli eventi. Probabilmente sarà questa parte del tessuto produttivo, più solido o capace di mettere in campo strategie nuove, a spingere il sistema dei distretti fuori dall’attuale fase di stallo.

Il modello distrettuale tiene

Nonostante la globalizzazione e i rapidi rivolgimenti, spesso negativi, che essa comporta, sfogliando il 1° Rapporto si ha l’impressione che il modello distrettuale in sé sia ancora efficace. Quasi il 60% delle persone intervistate considera il distretto come la soluzione organizzativa migliore per affrontare il mercato e supplire alla piccola dimensione d’impresa.

Un caso emblematico lo segnala il Distretto cartario di Capannori-Lucca. Lì l’energia ha un peso determinante. Nel distretto si comprano diversi milioni di metri cubi di gas. Il concetto vecchio era quello di trattare singolarmente con il player. Quando gli imprenditori del distretto si sono confrontati, hanno capito che alla fine i prezzi erano tutti più o meno uguali, e sulla base del coinvolgimento complessivo hanno messo in campo una strategia nuova che ha portato un vantaggio condiviso. E’ stato costituito un Consorzio, che raggruppa tutti quelli che per le loro produzioni fanno un uso enorme di gas, il quale acquista energia per tutto il distretto, a prezzi più convenienti. Il Consorzio ha funzionato così bene che sarà il referente per le politiche nazionali energetiche di Confindustria.

Due problematiche importanti, inoltre, vengono segnalate dal Distretto dello Sportystem di Montebelluna e dal Distretto dell’occhialeria di Belluno: nel primo latita la presenza dei giovani imprenditori; nel secondo si denuncia la scomparsa delle piccole imprese artigiane che si occupano di singole fasi di lavorazione, una scomparsa che contiene il pericolo vero di perdere quella che è la forza del distretto, le sue competenze ed esperienze.

“Il 1° Rapporto – conclude Valter Taranzano – offre molti spunti di valutazione e di analisi. Ed era questo l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Il fatto, poi, che per la prima volta tanti soggetti importanti si siano adoperati per un lavoro collettivo, lo rende del tutto inedito. Adesso la Federazione dei Distretti Italiani si adopererà non solo per continuare questa importante azione sinergica, ma anche per potenziare le collaborazioni, affinando le sovrapposizioni. L’Osservatorio vuole diventare lo strumento informativo e conoscitivo di riferimento dei distretti”.

Gli scopi dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani e tutti i contenuti del 1° Rapporto sono consultabili anche nel nuovo portale dedicato  www.osservatoriodistretti.org

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